martedì 19 ottobre 2010
GIORGIO
Il cielo era nero da giorni. Il sole non aveva mai fatto breccia sulla coltre di nubi che si ergeva come un muro sopra le nostre teste. Era buio e freddo. Piccole gocce si condensavano sui parabrezza delle macchine parcheggiate vicino a casa mia. Milano come sempre era illuminata anche quando i negozi erano chiusi, le vetrine dai sorrisi smaglianti e dagli abiti luccicanti facevano uno strano contrasto con i passanti che percorrevano le strade dai cappotti grigi e dai volti tirati. In quei giorni il ricordo dell’estate era completamente svanito dalla mia mente. Il sole un pallido ricordo.Camminavo con il bavero del cappotto tirato su, camminavo con passo veloce, ero sveglio già da alcune ore, ma neanche una doccia calda era riuscita a svegliarmi. Il cielo si era finalmente deciso, un rombo scosse le nuvole. lampi sempre più vicini annunciavano un grosso temporale. Da prima con larghe gocce come piccoli gavettoni che si sfracellavano sul terreno, poi con sempre più energia ed insistenza. Io feci appena in tempo ad entrare in un piccolo caffè. Una donna orientale mi sorrise: “cosa desidera?”. Ordinai. Il locale era male illuminato, forse una delle lampade si era da poco fulminate. Era uno di quelle botteghe che si immaginano piene di fumo, anche quando, come in quel caso, nessuno fumava. Presi un cappuccino che scottava maledettamente. Imprecai. In quel momento entrò una donna silenziosa con il suo bambino. Lei aveva i capelli ricci come una nuvola di fumo nero, che sembravano dovessero dissolversi ad ogni suo movimento, per poi ritornare nuvolosi e fumosi come prima. Lui, un giubbotto verde lucido e un jeans che si allungava verso il pavimento. La madre bisbigliava al figlio parole dolci mentre lo accarezzava dolcemente. Il bambino era alto, più della sua età, aveva l’aria spaesata, come se niente lo turbasse. Camminava trascinata dalla mano della mamma. Lui assente ad ogni parola della madre, più lei le parlava più lui scostava la testa dall’altra parte come se volesse proteggersi da quel suono. Aveva il volto immoto, nessun dolore sembrava colpirlo sembrava infatti che ogni sua espressione ogni sua emozione scivolasse sul volto pietrificato della donna. Donna che lo guardava con una smodata dolcezza, pur non essendo, mai da lui ricambiato. Si avvicinò al banco ordinò un bicchiere d’acqua per il suo Giorgio e un caffè per lei. Consumarono velocemente, senza far rumore scomparvero dalla porta del locale. Io finii il cappuccino che nel frattempo si era raffreddato. Pagai e anche io uscii dal bar. La pioggia scrosciava con violenza sul mio povero ombrello. Era una mattinata brutta e freddolosa e quel maledetto maltempo non sarebbe certo passato con una bella giornata di sole
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